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Per prima cosa è bene ribadire

attraverso le parole di una linguista che ha segnato in modo indelebile la storia dell’educazione linguistica, che «saper analizzare materiali linguistici dati, riconoscere le categorie e sottocategorie, enunciarne le definizioni, e in generale conoscere le ‘regole’» non porta automaticamente ad «esprimersi correttamente in buon italiano […]. In realtà, nulla conferma, anzi molti indizi tendono a negare, che lo studio della grammatica tradizionale [e moderna, aggiunta nostra] abbia un qualsivoglia influsso positivo sulla competenza linguistica degli allievi» (Berretta 1977: 4-5, 8). In particolare, ad es., saper riconoscere e nominare correttamente i tempi e i modi del paradigma verbale dell’italiano, o le molte classi e sottoclassi di aggettivi e pronomi, o anche semplicemente saper analisi grammaticale discriminare una categoria rispetto a un’altra non garantiscono l’uso corretto degli elementi nella produzione. Adesso sappiamo che la competenza sulla propria lingua si costruisce attraverso l’esposizione all’input, che quanto più vario, ricco e stimolante sarà l’input cui il bambino è esposto tanto più varia, ricca e autonoma sarà la sua competenza linguistica, e che l’uso ripetuto di testi diversificati, semmai guidato e controllato dalla scuola, è la chiave di accesso prioritaria alla buona e corretta produzione orale e scritta.

L’analisi grammaticale serve per identificare la categoria lessicale di ogni parola. Le categorie lessicali (o grammaticali) dell’Italiano sono nove, cinque variabili (articolo, aggettivo, sostantivo o nome, pronome, verbo) e quattro invariabili (avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione o esclamazione). Ma è necessario fare attenzione, perchè la categoria di una parola dipende dal contesto nel quale la parola stessa è usata!

Si può dire che l’analisi grammaticale serve a riconoscere il ruolo che le parole hanno nella frase. Ciascuna categoria lessicale infatti identifica una funzione per le parole[2]: per esempio i sostantivi indicano le entità, materiali o astratte, di cui si parla, gli aggettivi si usano per descrivere le qualità che queste entità hanno, e i pronomi si usano in vece dei sostantivi, costituendone un riferimento astratto ed esterno. Mentre questo concetto è ben chiaro e condiviso, le cose si complicano rapidamente entrando nei dettagli. Infatti questa interpretazione funzionale della analisi grammaticale porta ad allontanarsi un pochino dalla impostazione classica, di origine latina e seguita tuttora dalla scuola, quando si affrontano le altre parti del discorso, e a definire talvolta diverse classificazioni o categorie che comprendono parole di diverse categorie lessicali. Per esempio, si può dire che gli articoli hanno un ruolo di determinatori (la mela è diverso da una mela), e questo ruolo di determinatori è anche assegnabile ad alcune parole che classicamente non sono articoli ma aggettivi (questa mela, quella mela): una categoria di determinatori comprenderebbe quindi gli articoli e alcuni aggettivi, quelli che nella grammatica classica sono chiamati appunto aggettivi determinativi.

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